L’Albania è dall’altro lato del mare Adriatico ma sembra, o forse è, dietro casa. Ci si addormenta in terra natìa e, dopo solo una notte di navigazione, ci si risveglia attraccati a costa straniera, che poi tanto straniera non è. Circa due ore e mezza di auto sono ciò che separa il porto di Durazzo dal Canyon di Holtas, nella prefettura di Elbasan.

Arrivati a destinazione, ci ha accolti una pioggia fine e leggera. Ad aspettarci, nel loro giorno di riposo, c’è il primo gruppo di speleologi e speleologhe, impegnato già da una settimana nel lavoro sul campo e nelle esplorazioni ipogee. Ne incontriamo alcuni fuori dal canyon, in prossimità del rigagnolo che fuoriesce dalla base della parete rocciosa e costeggia il viola degli alberi di Giuda fioriti, mentre un altro gruppo attraversa il fiume immerso in acqua quasi fino al bacino, diretto verso le polle meno accessibili.

La spedizione, promossa da Jo De Waele (Università di Bologna) e da Luca Pisani (Biblioteca Franco Anelli, Società Speleologica Italiana, GSB-USB), è la prima del “Progetto Holtas” e ha avuto inizio il 23 marzo, dopo diversi incontri di coordinamento logistico-scientifico svolti a distanza. Essa supporta soprattutto attività di ricerca scientifica e documentazione, dando seguito al precedente viaggio del 2023, e coinvolge un eterogeneo gruppo di speleologi e di ricercatori che condividono obiettivi di indagine relativi non solo alla Shpella Avullit ma anche ad altre cavità ipogeniche nelle vicinanze.

Le attività hanno preso avvio dal Bar Café “da Nardi”, luogo di riferimento per le esplorazioni speleologiche che avvengono nei dintorni di Kabash. A testimonianza di ciò, le foto di grotte e gli adesivi dei gruppi speleologici incollati alle pareti.

L’abitazione della famiglia che con grande accoglienza ci ha ospitati (e sfamati!), portandoci nella loro calorosa dimensione domestica, è infatti l’avamposto più prossimo sia alla “turistica” Shpella Kabashi sia a Shpella Avullit. Quest’ultima è un abisso di origine ipogenica che sorge sul versante settentrionale del Canyon di Holtas ed è l’unica grotta dei paraggi dove è possibile raggiungere l’acqua sulfurea.

In quei giorni, la traccia più evidente della nostra presenza erano i sacchi speleo gialli sporchi di terra che affollavano il pavimento del bar e le tute messe ad asciugare vicino alla stufa, la stessa attorno alla quale ci si riuniva per scaldarsi dopo le uscite della giornata.

Mentre il campo base esterno offriva la vista sulle colline circostanti da un’altitudine di circa 700 metri, il campo interno alla Shpella Avullit è stato allestito a una profondità di -400 metri, all’innesto tra due gallerie convergenti. La prima squadra, appesantita dai materiali, ha raggiunto i rami profondi della grotta dopo 9 ore di progressione, preparando la base logistica per i giorni successivi.

A poca distanza dal campo interno si trova la “Cattedrale”, un’ampia sala dove ammirare imponenti colonne e colate dalle sfumature arancioni e rossastre. Qui, vaschette e pozze costellate di coralloidi offrono anche un comodo (ed unico) punto di rifornimento d’acqua. Gli speleotemi sono l’evidenza dell’incessante evoluzione della cavità: lì dove prima c’era la falda sulfurea, oggi c’è un nuovo ambiente con varie forme e colori, modellato dalle acque superficiali.
La Sala della Cattedrale e la Galleria del Campo si sviluppano infatti su un piano orizzontale corrispondente all’antico livello fluviale, oggi posto a 80 metri di altitudine sopra la tavola d’acqua sulfurea attuale. Le varie gallerie ad andamento orizzontale, poste a diverse quote, sono determinate dal progressivo sollevamento del massiccio alternato a periodi di stabilità; in queste fasi di stasi, l’azione corrosiva delle acque sulfuree ha scavato i vuoti nel calcare, dando origine alle gallerie.
Ritornando verso il campo percorrendo la galleria principale, e andando oltre lo stesso, si incontra una faglia trasversale che da entrambi i lati trova sbocco nelle zone basse.

La galleria più grande è l’inizio del ramo “Stargate” in cui per 200 metri il profondo feeder (la frattura che faceva risalire i fluidi sulfurei) anticipa i nostri passi, costringendoci ad appoggi laterali ripetuti. Dove le pareti del feeder improvvisamente si allargano, una discesa di quaranta metri (P40), consente di accedere al piano inferiore.

Dalla base del P40, percorrendo in direzione opposta la grande faglia, (che è la stessa su cui si sviluppa il ramo alto di Stargate) tra depositi, concrezioni gessose ed enormi tasche di sostituzione, un ultimo pozzo (P20) in appoggio sul gesso conduce sul grande cono detritico che si tuffa nel lago sulfureo.

Il lago non è l’unica via di accesso alle acque sulfuree, che sono infatti raggiungibili in almeno tre zone profonde della grotta. La via per “l’altro fondo”, quello armato durante questa spedizione, non passa per il ramo Stargate, ma attraverso il “Pozzo dei pipistrelli” (P30). Segue una breve progressione che conduce a un P50 tappezzato di gesso, via di accesso alla zona attiva. Lo scroscio dell’acqua si percepisce già da metà del pozzo.

Alla base del P50, il flusso di moderata entità proviene da gallerie strette e sgorga attraverso una frana, originando un ruscellamento che invade la sala e si incanala nella galleria vadosa situata a valle, larga circa 5 metri.

A memoria di chi vi era già stato nello stesso periodo del 2023, un lago poco profondo occupava parte dell’ambiente; oggi rimane traccia dell’abbassamento delle acque sui depositi fangosi e nelle centinaia di Niphargus (crostacei acquatici tipici degli ambienti sotterranei) intrappolati in alcune pozze laterali.

La zona intermedia tra le due verticali è invece la più frequentata dai pipistrelli. È impressionante quanti esemplari, la sera, risalgono vorticosamente il P30 per imboccare una galleria alta, situata poco lontano dalla via di progressione e ancora inesplorata. Questa evidenza, già riscontrata nella precedente spedizione, ci lascia speranzosi sulla possibilità di individuare uscite sul canyon a questa quota, seppur le ricerche siano state vane.

Sia nella zona di ruscellamento, sia al lago, le acque sulfuree sono popolate da formazioni batteriche biancastre (streamers) mentre sulle pareti si trovano manifestazioni microbiche, assenti nel resto della grotta, come biofilm e vermicolazioni a pelle di leopardo, dalle colorazioni dal blu al viola, nonché svariate snottiti (stalattiti mucose).
Com’è tipico delle grotte alimentate da acque sulfuree, varie specie di batteri sfruttano i composti dello zolfo per crescere (produzione primaria chemiosintetica). La materia organica prodotta grazie a questo processo metabolico sostiene complessi ecosistemi sotterranei, sia acquatici che terrestri: ragni, scolopendre, isopodi, pseudoscorpioni, anfipodi e altre specie proliferano nell’oscurità, sviluppandosi in modo indipendente dalla fotosintesi clorofilliana.

Tutte queste forme di vita, in primis quelle microbiche, sono più abbondanti dove gli ambienti si riducono di volume e i vapori sulfurei sono più concentrati, come osservato nei settori esplorati oltre il lago.

Proprio in queste aree, rimaste finora inviolate, l’esplorazione ha rivelato scenari complessi. Oltrepassati il lago e il successivo grande ambiente caratterizzato da blocchi di crollo, si è resa necessaria una nuova immersione per superare un secondo tratto allagato di circa 50 metri. Oltre questo punto, la cavità prosegue in spazi sempre più angusti, costringendo a una complessa progressione acquatica tra fessure e concrezioni.

Un ultimo segmento subaereo lungo la medesima direttrice, con lo specchio d’acqua che occupa la base della frattura, conduce ad ambienti saturi di un pungente odore di zolfo. In quest’area le colonie batteriche sono visibilmente più spesse e la fauna terrestre è più numerosa.
I campioni microbiologici saranno oggetto di analisi di metatrascrittomica presso il laboratorio MEM (Microbiologia Molecolare Ambientale) del dipartimento FaBiT, mentre le analisi geochimiche saranno curate dal laboratorio I.G.R.G. del dipartimento BiGeA dell’Università di Bologna. Le indagini sui campioni biologici saranno invece coordinate dall’Université Libre de Bruxelles.

Oltre ai campionamenti, le squadre si sono dedicate anche alla topografia sotterranea, revisionando e ampliando i rilievi esistenti della grotta. Sono stati mappati ex-novo i settori alla base del Pozzo del Becco, le zone limitrofe al campo interno e le diverse diramazioni basse. La mappatura di alcuni rami alti e delle parti più profonde verrà terminata durante la prossima spedizione.

Le ultime fasi della permanenza in grotta sono state dedicate alla documentazione delle zone superiori della grotta, e del Ramo Artica, una grande galleria sub-orizzontale posizionata circa a metà della profondità di quest’abisso, originata anch’essa da un livello stazionario della falda risalente a periodi remoti.
Parallelamente alle esplorazioni interne, sono state effettuate varie perlustrazioni dei pendii circostanti, alla ricerca di nuovi ingressi. È stata raggiunta la Shpella Sgardamene e, successivamente, individuata e rilevata la Shpella e Djemve, piccola cavità già nota alle esplorazioni passate del GS Faentino e del GG Ariminum.

È stato completato anche il rilievo del complesso Barrutit-Kaceverrit e al suo interno condotte indagini biospeleologiche: sono stati individuati Niphargus, isopodi terrestri, diplopodi e diverse specie di aracnidi, in presenza di acque non sulfuree, con temperature tra gli 11° e i 13°C.

L’ultimo giorno di marzo è coinciso con le partenze di alcuni speleo, mentre l’indomani (1° aprile) era previsto il disarmo e l’uscita degli ultimi rimasti nella Shpella Avullit, che si sono ricongiunti con il resto del gruppo per trascorrere insieme la cena e i racconti delle giornate trascorse.

I saluti sono sempre difficili, soprattutto quelli con le tre figlie dei padroni di casa, piccole traduttrici d’eccezione che ci hanno permesso di comunicare con l’intera famiglia per tutta la nostra permanenza e che si sono improvvisate scienziate durante l’archiviazione dei materiali. Ci auguriamo di aver ripagato la loro gentilezza lasciando loro il ricordo di quei giorni in cui degli strani individui, bardati di tute, di scarponi e di caschi, hanno invaso la loro casa per portarvi un po’ di speleologia, scienza e avventura. La promessa è di tornare a trovarli in occasione della prossima fase di ricerca, e intonare ancora un “Gëzuar!” sorseggiando l’ultimo raki versato da Lauretta prima di andare a dormire.

Hanno partecipato: Giulia Alessandrini, Martina Cappelletti, Claire Chauveau, Veronica Chiarini, Carla Corongiu, Vittorio Crobu, Francesco De Salve, Piet Deschuytter, Jo De Waele, Clara Fioranzato, Piero Gualandi, Arthur Kegels, Alessandro Marraffa, Michele Marraffa, Sara Pasculli, Luca Pisani, Andrea Seviroli, Alice Turatto, Giulia Zaffagnini.
I gruppi presenti: Gruppo Speleologico Faentino, il Gruppo Speleologico Bolognese-Unione Speleologica Bolognese, il Gruppo Speleologico Paletnologico Gaetano Chierici di Reggio Emilia, il Gruppo Speleologico CAI Padova, ASPROS (Associazione Speleologica Progetto Supramonte – Urzulei), il Gruppo Speleologico Martinese, La Nottola Aps-Asd e il GS Redan (Bruxelles).

Ringraziamo Jo De Waele e Luca Pisani per averci reso partecipi. Grazie anche all’amico Etmond Cauli, che ci segue da tanti anni nelle nostre avventure albanesi, e a Donatella Leserri (GSM) per aver agevolato la logistica. Un grazie alla famiglia Nardi per l’ospitalità a Kabash. Ringraziamo Ivano Fabbri (Gruppo Speleologico Faentino), Renato Placuzzi (Gruppo Grotte Ariminum CAI Sez. di Rimini) e Michele Sivelli per averci coinvolto dall’inizio di quest’avventura.
I cibi liofilizzati sono stati forniti da Outfood (Tiberino, Bari). La spedizione ha ottenuto il patrocinio da parte della Società Speleologica Italiana e dell’Associazione Esplorazioni Geografiche La Venta.








