Esplorare, ricercare, scoprire e documentare. Imbattersi in ambienti unici che non ci si può esimere dal raccontare. Partire come speleologi di supporto e tornare come spettatori privilegiati di una spedizione scientifica internazionale. Quattro grotte, sei giorni di lavoro, circa trenta persone tra speleologi e ricercatori, innumerevoli ore trascorse nelle profondità, con poco ossigeno e molto caldo. Giorni dedicati a documentare le analisi microbiologiche, idrogeologiche, chimico-fisiche ed ecologiche; notti a pulire la strumentazione e ricaricare le batterie, organizzare il lavoro e la permanenza in grotta del giorno successivo.

Dal 22 al 28 marzo 2025 l’Albania meridionale è stata teatro di una spedizione scientifica dedicata allo studio di alcuni tra i più significativi sistemi ipogenici sulfurei dei Balcani: il complesso della Langarices, nella municipalità di Përmet, e le tre cavità poco distanti di Sulfur Cave, Atmos Cave e Shpella Breshkë (Turtle Cave), situate lungo il fiume Sarandaporo, confine naturale tra Albania e Grecia. I campi di indagine hanno spaziato dalla geologia alla biologia, dalla microbiologia alla geochimica, mantenendo l’obiettivo di restituire un quadro complesso di questi ambienti sotterranei ancora poco conosciuti.

Per l’Università di Bologna erano presenti il professore Jo De Waele e la professoressa Martina Cappelletti del MEM-Lab (Molecular Environmental Microbiology-Lab), affiancata dai dottori Ettore Lopo e Bernardo Barosa Da Silva. Inoltre, hanno partecipato altri gruppi di ricerca, tra cui quello del professore Serban Sarbu dell’Istituto di Speleologia “E. Racoviță” di Bucarest, e il gruppo di microbiologia del professore Jean-François Flot dell’Université Libre de Bruxelles, che hanno operato in maniera indipendente sulle diverse grotte, mentre numerosi altri speleologi rumeni, greci e albanesi hanno coadiuvato le attività. Il mio ruolo nella spedizione, insieme a Francesco De Salve del Gruppo Speleologico Leccese ‘Ndronico, è stato di supporto tecnico, documentaristico e speleologico.

Il sistema carsico di Sarandaporo sorge in prossimità del canyon Vromoner e di una imponente dolina da crollo di origine ipogenica del diametro di 200 m, testimonianza di eventi speleogenetici del passato. E’ stato scoperto e studiato recentemente da speleologi cechi sotto la guida di Marek Audy (Società Speleologica Ceca) e Jiri Bruthans (Charles University di Praga), attirando l’attenzione non solo della comunità scientifica internazionale, ma anche di un più ampio e variegato pubblico, per le sue peculiarità geologiche ed ecologiche. Il vasto lago Neuron della Grotta Atmos e la spettacolare colonia di ragni della Sulfur Cave, offrono scenari ipogei di rara suggestione; immagini iconiche che tuttavia restituiscono solo un barlume della complessità di questi sistemi sotterranei, nei quali numerose variabili chimiche, fisiche e biologiche danno origine a una straordinaria varietà di forme e processi, oltreché ad ecosistemi con una ricca e specializzata biodiversità.

A pochi chilometri di distanza, il complesso della Langarices rappresenta un ulteriore tassello di questo mosaico: qui acque e vapori sulfurei profondi incontrano l’atmosfera, prima di venire a giorno nell’omonimo canyon. La cavità si sviluppa per 12,7 km su sette livelli interconnessi, fino a 116 m di profondità ed è stata scoperta e documentata tra il 2022 ed il 2024 da speleologi e ricercatori italiani, riuniti sotto il nome di Consorzio Speleologi Ipogenici (CSI). Ulteriori contributi sono stati offerti da speleologi e ricercatori francesi, greci e albanesi nonché dalle Università di Bari, Perugia, Torino e Paris 8, rivelando un sistema idrotermale tra i più estesi d’Europa e di grande interesse speleogenetico ed ecologico.

La documentazione fotografica e video è avvenuta con fotocamere, obiettivi macro e grandangolari, action-cam, flash, luci e cavalletti, e ha avuto l’obiettivo di raccontare questi ambienti assieme al lavoro dei ricercatori. La gestione di una spedizione così numerosa ha richiesto una notevole flessibilità organizzativa: i gruppi si alternavano quotidianamente nelle grotte secondo programmi definiti di giorno in giorno, rendendo necessaria anche una nostra continua riorganizzazione. La scelta è stata spesso quella di seguire i ricercatori durante le attività di campionamento e misura, e di attendere la loro uscita dalle cavità per ottimizzare le riprese fotografiche dei vasti ambienti. Frequenti briefing hanno permesso di adattare le operazioni di documentazione ai contesti specifici.

Le difficoltà riscontrate sono derivate dalle condizioni ambientali impegnative, tipiche dei sistemi sulfurei attivi: clima caldo-umido, vapori sulfurei ad alta concentrazione, elevata presenza di anidride carbonica e conseguenti livelli ridotti di ossigeno. Oltre a l’acclimatamento fisico, anche la strumentazione fotografica ha dovuto affrontare il passaggio freddo-caldo, con fenomeni di condensa interna che hanno richiesto tempi lunghi e pazienza. Senza dimenticare gli ampi volumi sotterranei, con moti convettivi dell’aria e il trasporto di polveri e vapori, e infine la necessità di muoversi con estrema attenzione per preservare ambienti tanto fragili quanto unici.

I bacini sorgivi presenti sul fondo di queste grotte liberano i composti solforati, che nelle loro fasi di trasformazione modellano gallerie e sale, dando origine a morfologie, speleotemi e minerali di singolare bellezza: enormi cupole, tasche di sostituzione, cristalli trasparenti, concrezioni giallo limone, giganti cumuli di gesso bianco. Non solo, i composti dello zolfo costituiscono la fonte di energia per variegate comunità microbiche autotrofe, a favore di una produzione primaria (alcune di esse utilizzano la CO2 come fonte di carbonio) che rappresenta una ricca base alimentare per altri organismi. Floride vermicolazioni a ‘pelle di leopardo’, patine opalescenti, filamenti bianchi e biofilm di una sorprendente variabilità cromatica, rivestono pareti e acque e sostengono una rete trofica che, salendo di livello, ospita collemboli, isopodi, oligocheti, gasteropodi, coleotteri, pseudoscorpioni, ragni e numerosi altri organismi, financo pesci. Queste forme di vita talvolta mancano dei tipici tratti troglomorfici, come l’allungamento delle appendici, o la perdita di occhi o di pigmento. L’habitat generoso in risorse consente la convivenza di una moltitudine di specie acquatiche e terrestri, le quali devono soltanto individuare un modo personale e pratico per beneficiare di tale abbondanza.

Molte di queste manifestazioni biologiche e microbiologiche sono ancora in fase di studio e sconosciute alla scienza, altre sono risultate endemiche di questi luoghi. Si tratta di ecosistemi alternativi, basati su metabolismi rari, che utilizzano percorsi biochimici e isotopi differenti da quelli classici di superficie. I dati isotopici infatti sono lo strumento principale usato dai ricercatori per tracciare la dieta di questi organismi e confermare l’indipendenza tra queste catene trofiche e il ciclo del carbonio legato alla fotosintesi.

Gli ecosistemi sulfurei sono rari sulla Terra e trovano analogie in contesti come le fumarole oceaniche o alcune aree vulcaniche attive. Documentarli significa non solo raccontarne la bellezza, ma contribuire alla comprensione e alla tutela di laboratori naturali utili allo studio di vite alternative ed estreme. A tale scopo è stato realizzato un breve documentario, in cui le voci degli scienziati, ripresi durante le attività di ricerca, accompagnano immagini e filmati delle grotte. L’auspicio è che esso valga da strumento didattico e di sensibilizzazione per tutta la comunità speleologica, con l’obiettivo di rendere accessibili a un pubblico più ampio queste unicità naturali ed ecologiche, che per loro natura resterebbero invisibili ai più.

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