Diario di una spedizione – Parte II

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Lek 3
26/4/17

Ci svegliamo nella nuova casa e subito capiamo, perché Pasquale definisce Macukull una pacchia. Fuori c’è una veranda dove la padrona di casa ci prepara una colazione super! Barattolo da 5 kg, e dico 5, di yogurt fatto da lei, latte fresco di produzione propria, “fettazze” di pane, caffè turco e miele. Siccome il tutto ci sembra un po’ scarno, integriamo con fette biscottate, marmellate e le famose mele acquistate inspiegabilmente a Tirana. Passeggiando in giardino possiamo ammirare meglio dove ci troviamo. Di fronte a noi si staglia il “Dejes”, un monte di 2246 metri che dà il nome a tutto il massiccio.

Sono le 8:30 del mattino e ci si para davanti un simpatico giovanotto con cappello, il quale, altri non è, che la nostra nuova guida. Pino il giorno precedente gli aveva dato appuntamento per le 8:00; saputo il misfatto, tutti noi scoppiamo a ridere, considerate le nostre abitudini, poco mattutine. L’uomo, un ex militare dell’esercito albanese, che abita quelle montagne da sempre si chiama Durini, anzi no, Durimi, anzi Du… lui taglia corto e dice: “Duri, stop!”
Decidiamo di metterci in marcia, il mitico Duri ci ha messo a disposizione un mulo per il trasporto dell’attrezzatura, anzi no è un cavallo, no forse un pony. Dopo aver perso un’altra mezz’ora, sul disquisire di che animale si trattasse, ci accordiamo sul fatto che sia un quadrupede e finalmente ci mettiamo in marcia.

A 45 minuti di cammino dal campo base, Pino ci conduce su un inghiottitoio. L’anno prima il buon Palmisano lo aveva trovato e fatto esplorare per un tratto a Francesco Delvecchio.
La cavità promette bene, si presenta con un pozzo iniziale di 20 mt e continua almeno per altri 20. La missione è superare il tratto già visionato dal succitato e continuare l’esplorazione.
Michele e Angelo armano e si calano giù, in men che non si dica. Giuseppe scalpita. Io e Pasquale ci godiamo la granita di caffè offertaci dalla nuova guida, che guadagna punti rapidamente. Raggiunti gli altri in profondità, Michele chiede a Pasquale se volesse andare avanti lui nel tratto inesplorato.
«Cazz dumann Mmhché?! Ovviamente no, eppure mi conosci!» la risposta lapidaria di Pasquale. Ci sganasciamo dalle risate e il Presidente scende. Affronta un pozzo di 45 mt, inizialmente stretto, che poi diventa ampio, c’è una cengia grossa ai 38 metri, inizia a ridursi per poi chiudersi in fessura. E con esso, purtroppo anche la grotta. Pian piano si risale, uno per volta e si riportano le notizie ad un fremente Pino. Morale della favola la grotta “Lek 3” ha una profondità di soli 80 m.

Col buio e soprattutto affamati ci dirigiamo verso casa. La bella notizia è che Pino per cena ci prepara i “Maccarún” e dell’ottimo agnello locale. Una volta a tavola ci fa visita la padrona di casa che ci regala una teglia intera di “Burrek”!
Come? Non sapete cosa è il burrek? Allora dovete per forza andare in Albania e assaggiare questa specialità di strati di sfoglia lavorata a mano e farcita con cipolle, o con ortiche, o con entrambi gli ingredienti! Fatti 3-4 bis a testa, di “maccarún”, agnello e burrek ci facciamo prendere dal panico.
Caspita, ci manca il raki! In Albania se non hai il raki sei finito! Ma, il forte Pino Palmisano si immola e va a bussare ai padroni di casa, tornando col bottino!
Scolata la bottiglia, possiamo andare a dormire tranquilli.

 

Bisogna fare manutenzione!
27/4/17

Inizia la giornata numero…numero, oramai abbiamo perso il conto dei giorni. Sappiamo solo che è una bella giornata, che l’Albania è stupenda e che sta per arrivare un carico di yogurt fresco per colazione. In programma c’è un giro in montagna.
Ci alziamo da tavola alle 9:30, siamo un po’ stanchi per via del giorno prima, anche se non ne capiamo il motivo. Il Presidente sostiene che avessimo mangiato poco, prima della cena. Noi lo guardiamo di traverso e cambiamo discorso.
Preparato qualche zaino, ci avviamo coi fuoristrada verso casa di Duri, l’ex militare, furbescamente, capito l’andazzo, oggi ci aspetta presso la sua dimora. Recuperata l’esperta guida percorriamo, manco a dirlo, uno sterrato dove Michele presidente tenta a tutti i costi di rompere il fuoristrada, ma per fortuna la Jeep si mostra resistente, questa “strada” ci conduce dritti ai piedi del “Piccolo Dejes”. Pasquale dice che le strade, seppur sterrate vanno manutenute. Pasquale lavora alla Telecom e prima ancora, alla Sip. Fate voi, da quanto tempo lavora Pasquale. Per lui va manutenuto tutto. Fosse per lui manuterrebbe pure la Fornero, soprattutto la Fornero!

Giunti in una vallata verde, tipo quella Heidi, scorgiamo un pastore appollaiato su un masso che fa cenno di avvicinarci. Duri lo conosce e inizia un gioco molto simile al tabù. Duri, che non spiaccica una parola d’italiano deve tradurre a Pino, il quale non parla l’albanese, ma che ha con sé un dizionario. Ma tant’è.
Dopo mezz’ora ci arrendiamo e dichiariamo vincitore il pastore che ci invita a mangiare con lui. Noi tiriamo fuori le nostre provviste: burrek, pasta liofilizzata, tonno e carne in scatola. Gli indigeni molto attratti dallo spaghetto italiano, ci si fiondano su, ma dopo le prime forchettate di liofilizzato, virano giustamente su tonno e simmenthal, lasciando a noi altri l’arduo compito di mangiare la pasta.


Notiamo che nella valle incantata ci sono delle cataste di legna e iniziamo ad udire delle campane di animali. Ci si presenta una scena d’altri tempi, che manda letteralmente fuori di capoccia il piccolo Giuseppe, che in preda all’eccitazione inizia a filmare ed a fotografare qualsiasi cosa si muova. Vediamo scendere dalla montagna 6 muli,carichi come muli, appunto, che trasportano legna.


Al loro seguito, due baldi giovanotti, che se la ridono per l’estasiato biondo ragazzo, che li filma. Giunti alla catasta di legna, scaricano quella trasportata dai muli e ripartono. Decidiamo che è ora di metterci in cammino.
Percorriamo lo stesso sentiero dei muli, passiamo per il bosco che i boscaioli stanno tagliando e si inizia a salire.
Duri guida il gruppo, è davvero difficile stargli dietro, la velocità e la destrezza della guida sono impressionanti, ogni tanto si volta giusto per dare una occhiata a noi altri, che si procede con la lingua di fuori. Tutti tranne il Presidente, ovviamente. Il Presidente non si stanca mai! Faccina what’s app!
Ci imbattiamo in una mulattiera, Pasquale ne tesse le lodi della manutenzione, al sottoscritto, che non può far altro che ascoltare senza colpo ferire, poiché sono senza fiato.
Pasquale continua a camminare come una capretta e mi fa notare come la mulattiera è battuta da secoli, dicendomi
«noi crediamo di essere sperduti in montagna, ma qua c’è gente che ci passa e usa il sentiero quotidianamente, a piedi o a cavallo, con greggi o senza, si evince dalla manutenzione!»
Io lo guardo e penso che vorrei solo morire!
Giunti su un pianoro, facciamo una piccola pausa, Pino con la scusa di filmare si siede e dice che noi possiamo proseguire. Duri lo piglia per il culo.

Continuiamo a salire, accarezzando l’idea di arrivare sul Piccolo Dejes, lo costeggiamo. Arriviamo su una vetta, ci fermiamo! Duri dice che girandoci attorno, mancherebbero 2 ore di cammino per arrivare alla cima. Desistiamo e decidiamo di concentrarci sugli elementi carsici presenti in quella zona, ce ne sono in abbondanza!

Battuta la zona e segnate su mappa le aperture, la guida ci invita a colazione per l’indomani mattina, suscitando preoccupazione in tutti. Torniamo verso valle alle Jeep.
Montati a bordo, Michele tenta nuovamente di rompere la sua, suscitando l’ilarità del Verboschi, che sogghigna, dall’alto del suo Grand Cherokee.

Per cena, chef Pino sfodera una carbonara e una super frittata.
Tra una forchettata e l’altra parliamo di quello che ci riserva l’indomani. Pianifichiamo di salire su in montagna, in una zona remota, che Pino ha battuto col binocolo e su google earth.
Promette bene, anche perché Duri ha raccolto numerose segnalazioni di “abissi” da vari pastori. Duri appunto! Il suo invito a colazione rappresenta uno spauracchio, perché conoscendo le abitudini locali, sappiamo che non sarà facile alzarsi dalla sua tavola!
Consapevoli della dura giornata che ci aspetta, andiamo a letto, che altro non è, che un tappetino e un sacco pelo, adagiati sul pavimento di legno grezzo, della nostra stanza; prima ovviamente sorseggiamo un bicchierino di raki, giusto per conciliare il sonno.

 

Il giorno più Duri
28/4/17

Sono circa le 9:00 del mattino, quando ci inerpichiamo, nel vero senso della parola, sul sentiero che conduce a casa della nostra guida. Dal basso, scorgiamo Duri, allertato del nostro arrivo dai cani, che ci accoglie sorridente. Pino annaspa. Duri lo piglia per culo. Pasquale altrettanto.
Giunti sotto la veranda, scopriamo che ha una moglie, che si presenta e ci invita a prendere posto, attorno alla tavola imbandita. Da lì a poco sarà l’inizio della fine!
L’ex militare posa sul tavolo, con fare minaccioso, una bottiglia in vetro colma di raki. Blatera qualcosa e inizia a riempire i bicchierini. Il suo raki ha un colore limpido e un profumo inebriante, che annusato a prima mattina porta dritti all’ospedale. E qui, a Macukull, ricordiamolo, non ci sono ospedali. Ci costringe a fare il primo brindisi della giornata. Il distillato di prugne selvatiche bagna le nostre bocche e manda in fiamme gli stomaci. Il piano è semplice, l’abbiamo ripassato più volte lungo il tragitto: bagnarsi le labbra e mantenere a qualsiasi costo, il bicchiere colmo per metà, onde evitare che il generoso oste, ce ne versi dell’altro. Sembra funzionare.

Si scambiano chiacchiere coi nostri ospiti, in una lingua universale, come solo nei viaggi accade, secondo una non precisata legge; e si pianifica con la guida, quale percorso fare per raggiungere le vette. Ma poi tutto cambia. Duri con un cucchiaino fa risuonare la bottiglia di distillato, invitandoci a brindare e a scolare il contenuto dei nostri bicchieri (la metà che avremmo dovuto mantenere per l’intera colazione) d’un fiato! Buttiamo giù, vediamo draghi in veranda e soprattutto li sentiamo in pancia! Ci viene versato altro raki, tentiamo di opporci, ma la nostra resistenza è vana! Altro brindisi, altra corsa.
Pasquale inizia a bofonchiare un «maronn maronn» cercando un conforto verso una non precisata santa di nome Catalina, e stavolta è Pino a ridersela, neanche troppo velatamente!
Arriva il caffè turco. Lo beviamo, ma ovviamente, questo può solo accompagnare il raki.

Nel delirio generale, non sappiamo come, Duri ci dice che oggi guida lui la truppa, poiché possiede una nuova dritta su una super apertura nella roccia, spiegando un percorso che non comprendiamo e che già a parole pare essere lunghissimo.
Pino, sfrutta le sue doti culinarie e decide di non salire in montagna, offrendosi di preparare la cena per gli impavidi ed inesperti camminatori a casa di Duri e consorte.
Dopo un’infinità di brindisi, barcollanti, sorridenti e inebetiti decidiamo di partire, senza prima però, costringere con la forza la guida, a mollare la bottiglia, che vorrebbe portarsi per il cammino.
La prima parte del percorso sembra un grand prix della montagna. Procediamo velocemente a testa bassa: tra rocce, «ahia ahia, la capa gira» di Verboschi e i «maronn maronn» di Pasquale. Fatto sta che in mezz’ora abbiamo fatto 200 mt di dislivello. Piccola pausa e di nuovo in marcia. Saliamo di altri 200 mt e non capiamo, perché la guida punta dritto e non verso est, dove in teoria sarebbe la meta.
Giunti su un pianoro, col raki che fa “sopra e sotto” nello stomaco, facciamo una sosta. Duri ci indica una cima e davanti a noi vediamo una salita ripida, che si presenta piena di massi ed ha solo erba come vegetazione. A guardarla fa impressione. Il Presidente parte e in men che non si dica, lo vediamo già a metà pendio.
Recuperati gli zaini, ci mettiamo in marcia pure noi, sempre a testa bassa, lentamente saliamo. Il dislivello è pazzesco. Iniziamo a zigzagare per combatterlo, dopo mezz’ora di sofferenza alziamo le teste e scorgiamo la vetta, è vicina. Proseguiamo il cammino, ci arriviamo su. Rialziamo le teste e vi è un’altra vetta. Nuovamente testa in giù e gambe in movimento. Raggiungiamo l’altra vetta e ancora una volta capiamo che non è l’ultima, ve ne è un’altra più in su. È frustrante. Oramai non ci parliamo più, bisogna conservare del fiato prezioso. Dopo altri 20 minuti di cammino, siamo in vetta.
Su quella giusta finalmente! A quota 1900 metri suonati!
Sull’acme soffia un forte vento, da qui possiamo ammirare verso est la catena del Dejes e verso ovest un’altra catena dal nome impronunciabile.
Duri, contro i piani, ci vuole condurre proprio ad ovest. Già ad occhio nudo, quelle vette ci sembrano lontanissime e soprattutto irraggiungibili, in meno di 12 ore di cammino.
L’albanese armeggia col telefono, è in contatto con un pastore che si trova su quelle montagne.
Ci informa, che la super apertura nella roccia è tappata dalla neve e che non si scorge nulla al suo interno.
Noi gli diciamo che non è problema e che sarebbe il caso di visionare la zona ad est.
Sostiamo per mezz’ora in vetta, mangiamo qualcosa e beviamo caffè. Siamo in cammino da 2 ore e abbiamo già fatto 800 mt di dislivello!

Rifocillati, (si fa per dire), percorriamo una cresta che unisce due montagne. Il nostro obiettivo è un’enorme frattura della roccia che è visibile da 1 km di distanza. Dopo 1 ora la raggiungiamo. Vista da vicino è peggio di quel che si scorgeva col binocolo. È molto larga e l’interno è colmo di neve. Tentiamo di risalirne il bordo, ma è lunghissima, non se ne intravede la fine. Capiamo che quella frattura parte dalla vetta della montagna e ora cerchiamo di ridiscenderla. Discesa per un tratto, troviamo un varco per superarla e andare dall’altra parte. Dal bordo, fino alla neve al suo interno, ci sono almeno 5 – 6 metri di salto. La frattura ci lascia con un enorme interrogativo. Che ci sarà sotto?
Pian piano discendiamo, giungiamo finalmente ad una quota dove vi è vegetazione. Ci sediamo su un piano inclinato nel bosco.
Facciamo una pausa. Io e Verboschi abbiamo perso il dono della parola da un pezzo.
Siamo tutti stanchi. Tranne il Presidente. Il Presidente non si stanca mai.
Ci accorgiamo che l’acqua nelle borracce scarseggia, ma Duri ci rincuora dicendo che ora basta scendere giù dritti e che in 2 ore saremo a casa. Le ultime parole famose!
Riprendiamo la discesa verso valle, davanti a noi crepacci ovunque. Iniziamo a girarci intorno finché possiamo, ma dopo inevitabilmente dobbiamo iniziare a scavalcarli. In alcuni casi per superarli dobbiamo arrampicare. Per mezz’ora va avanti così. Poi diventa sempre più difficile, all’interno dei crepacci ci sono rami e tronchi disseminati da un incendio di qualche anno fa. Camminarci all’interno è quasi impossibile, bisogna fare attenzione, gli arbusti distesi potrebbero cedere sotto il nostro peso. La fatica per uscire da quel trappolone è immane. Si procede lentamente e percorriamo poche centinaia di metri in un’infinità di tempo.
Camminando, penso solo che vorrei essere tirato fuori da qui, o in alternativa essere lasciato qui, per sempre possibilmente.
Dopo due ore di continui “smadonnamenti” finalmente siamo fuori da quell’inferno.
Siamo devastati. Posiamo le chiappe per terra. Giuseppe mi dice che mi vede sciupato.
Io gli rispondo, (col pensiero, perché non ho forza), che sono in decomposizione da un pezzo.
Qualcuno chiede a Duri quanto manca per arrivare a casa, e lui risponde «dua ora!».
«E sempre dua ora?!» gli fa eco Pasquale.
Scoraggiati e per nulla rinfrancati ci rotoliamo verso valle, nuovamente.
Oramai i crepacci sono alle spalle, ma non l’incendio, che con sé ha portato via i sentieri.
Capiamo che in montagna, senza sentieri è la fine.
Senza volerlo ci imbattiamo in due bei pozzi, uno di questi, secondo una scala: uno a occhio, e uno a udito, del Presidente, misurerebbe 40 metri! Annotiamo su mappa e proseguiamo.
Duri e il giovane Giuseppe sono i più freschi e sono avanti, Verboschi è ammutolito da un pezzo, Pasquale invoca santa Catalina.
Pare che siamo prossimi a casa, il Presidente riconosce l’area della grotta Lek 3. Io gli dico che mi stanno per cedere le gambe e lui mi consegna un bastone per proseguire. Siamo in cammino da nove ore e gli chiedo se fosse stanco, mi risponde «mah, un po’». Alla risposta si forma un’emoticon What’s App sul mio volto!
A 200 metri dalla meta, ci collassa il Verboschi, che, senza Grand Cherokee, è un uomo finito. Il dottore si spalma sul terreno e dice che per lui è finita! Duri, siccome manca Pino, lo piglia per il culo. Fatto capire ad Angelo, che oltre il cespuglio alle sue spalle vi è casa, ripartiamo.
All’arrivo c’è Pino col suo iPhone che riprende. Inutile dire come siano impresentabili le nostre facce per un video!
È già l’imbrunire, ad accoglierci, vi sono anche un’anziana donna col foulard bianco tipico e un pimpante giovanotto. È così, che scopriamo che la nostra guida ha anche una mamma e almeno un figlio.
Fatte le presentazioni di rito e raccontata l’avventura al Palmisano, ci sediamo a tavola nella accogliente casa di Duri e famiglia.
Chef Pino ci ha fatto trovare i “maccarún” al sugo d’agnello, l’agnello al sugo e lo stufato d’agnello. Non abbiamo mai mangiato così tanto agnello in vita nostra. Mentre la padrona di casa non poteva non preparare il burrek.
La serata trascorre tranquilla. Tra leccornie, bicchieri di birra e fiumi di raki, salta fuori un nome: Gobetti. Pare che questo essere mitologico della speleologia italiana sia giunto in Albania. A Macukull. Nella casa dove alloggiamo noi.
Arriviamo a casa e notiamo un’auto parcheggiata. È tardi, siamo esausti. Decidiamo di andare a letto. Domani pomeriggio arriva un altro dei nostri, bisogna prendere Gianpiero dalla “vicina” Burrel.

 

Andrea Gobetti ft Gnd
29/4/17

Belli doloranti e coi muscoli induriti, ci trasciniamo sotto la veranda. Mentre sorseggiamo un caffè, arriva a farci compagnia un simpatico ragazzo sulla trentina, con accento toscano. Si chiama Alessandro. Ci racconta che fa parte del team che accompagna lo speleo mito e che non hanno bene in mente cosa fare, poiché sono in 3. Poco dopo, spunta dalla soglia della porta, un’altra persona, un altro Alessandro, che ci racconta essere di Asti e che di mestiere fa il libraio.
Passato qualche minuto, sentiamo il rantolio di un orso provenire dall’interno dell’abitazione. Sulla soglia si affaccia una figura, con un corpo allungato e sottile, che tira un altro sbadiglione e dice a tutti «buongiorno!»
È lui, è Andrea Gobetti, l’autore di numerosi testi sulle grotte italiane e non, un, se non il, guro della speleologia italiana. È vestito con una camicia a quadri di flanella, pantaloni verdoni in velluto e cappello abbinato ai pantaloni. L’ossuto e baffuto uomo corre a salutare il nostro Pino Palmisano; con un forte accento piemontese gli dice «Oh caro Pino, quanti anni sono che non ci si vede?»
Terminati i convenevoli tra i due, il nuovo compagno di avventura si gira verso noi altri e si presenta così «scusate, devo pisciare malamente! Torno subito!»
I due “anziani” della speleologia si confrontano, scambiano informazioni e consultano mappe.
Nel frattempo arriva in veranda il Presidente. Il Presidente non si stanca mai, ma dorme tanto!

Si decide di andare in direzione Burrel, lì vicino ci sono 3 grotte orizzontali, che i nuovi arrivati decidono di visionare insieme a noi. Nel pomeriggio, una volta raccolto Gianpiero in arte Gnd (Gienneddí) si procederà all’esplorazione di 2 buchi visionati solo esternamente dal nostro Gruppo, l’anno precedente.
Delle 3 grotte orizzontali ne percorriamo solo 2, al loro interno, a giudicare dalla grossa quantità di reperti che vi sono, si evince che erano state fortemente antropizzate. Esse sono state oggetto di studio, sino al 2014 di archeologi tedeschi.
Trascorsa una mattinata piacevole con i nuovi amici, arriva finalmente il giovane Gnd, lo speleo rapper non ha neanche il tempo di salutarci, che il Presidente lo catapulta nella prima cavità da esplorare. Nel frattempo Angelo arma la seconda.
Riemerso dalla prima, con un nulla di fatto ( la grotta presenta un unico pozzo verticale di circa 10 metri, che chiude immediatamente) Gianpiero si ritrova su corda, nel secondo buco. Supera il Verboschi e arma un secondo pozzo.
Qui fa pulizia di massi, facendoli rotolare sul fondo e chiede l’intervento di una terza persona, per visionare un altro potenziale ramo. Inspiegabilmente mandano me, che mi calo e mi preoccupo di non far cascare pietre sugli altri 2 esploratori. Morale della favola, anche questa grotta chiude, dopo pochi metri!

Facciamo ritorno verso Macukull e come da tradizione Pino rompe la macchina!
Pino ogni anno in Albania rompe la macchina, è oramai una consuetudine, alla quale siamo abituati.
Allertato il meccanico, lo carichiamo sulla Jeep e giungiamo a casa. Si cena tutti insieme, con l’ennesima teglia di “maccarún” preparata da chef Pino e si va a dormire.
Domani c’è in programma di esplorare altri 2 buchi sulle montagne di Macukull.

 

La tumigna
30/4/17

Sono circa le 8:00 del mattino, quando Gianpiero inizia a scoprire gli usi del posto. Scopre il mega barattolo da 5kg di yogurt, il caffè turco e il “Po” albanese, alla richiesta di un’altra tazza di caffè. E ci resta malissimo! “Po” in albanese significa “sì”, peccato però che usino scuotere il capo in orizzontale, come noi faremmo per un diniego. Spiegatogli che la signora ha acconsentito a preparargli un altro caffè, se la ride e torna sereno.
Iniziamo l’ennesima salita in montagna, oramai siamo dei camminatori provetti, pronti a fare le olimpiadi di trekking estremo.
Ci fiondiamo sul primo buco e mandiamo in esplorazione Alessandro il toscano. Il bravo speleologo, con la passione del fumetto, arma e si cala. Riemerge in superficie dopo appena 10 minuti. Tanto per cambiare, la grotta chiude. Ce la ridiamo, anche perché ci racconta che sul fondo, a circa 20 metri di profondità, ha trovato un bastone, segni di scavo e una monetina in conio locale. Duri ci narra che attorno a quel pozzo c’è la classica leggenda del tesoro nascosto e mai ritrovato. Qualche mattacchione albanese, evidentemente si era calato per cercarlo, tornando ovviamente, a mani vuote, anzi, perdendo pure qualche spicciolo.

Poco più in su è ubicato il secondo buco della giornata, ovviamente facciamo calare Gnd, che scende per ben 3 metri e si ferma. Altro successone! Oramai rassegnati, di trovare abissi e grottoni, imbocchiamo il sentiero del ritorno.
Sulla strada, scavata nella montagna, vi è un’impressionante base militare, sia per la mole, che per lo scenario alla “Lost” che offre. Era un deposito munizioni, lo si evince anche dai proiettili rinvenuti da noi sul terreno. È la base presso la quale prestava servizio il mitico Duri! Il pratico indigeno ci accompagna al suo interno, che si presenta come una fitta rete di gallerie e tunnel in cemento armato, che colpiscono per le dimensioni. Ai lati di queste è visibile l’intercapedine, che all’estremità lascia scoperta la roccia della montagna, che ospita la struttura, quasi a voler ricordare il faticoso lavoro svolto per erigerla!
La base si sviluppa su almeno tre livelli, che percorriamo accendendo le torce dei caschi. Al suo interno, pochi resti della vita militare, solo pavimenti in cemento. Terminato il giro turistico nella base, guadagniamo la via per casa, accompagnati dal suono di un kalashnikov. Duri dice che sparano dei colpi per allontanare i lupi, in pieno pomeriggio. Noi ovviamente ci crediamo! Faccina what’s app!

Sono circa le 19:00 della nostra ultima serata albanese, Pino sta facendo cuocere sulla cucina a legna dei padroni di casa, mezzo agnello locale e noi in veranda consumiamo birra, presa dallo spaccio, che gestisce la famiglia che ci ospita. Alle 19:30 chef Pino serve la cena, con noi, oltre il Gobetti team, siede a tavola Hysny, il proprietario di casa, il quale porta in dote una vasta gamma di raki autoprodotti. Ovviamente è lui ad inaugurare le danze, con numerosi brindisi, seguiti da innumerevoli “gezuar” (salute!).
La cena procede con i consueti bis delle specialità dello chef, si chiacchiera del più e del meno, specie di grotte, per la felicità del padrone di casa, che non capisce un’acca, ma che comunque pasteggia accompagnando col raki, destando la perplessità di noi altri, che al momento andiamo giù di birra.

Quando Hysny si congeda con ultimo brindisi, per andare a dormire, Pasquale inspiegabilmente inizia un racconto in martinese, coinvolgendo il simpatico Gobetti.
Siamo davanti ad una scena epica: Pasquale spiega in dialetto, al piemontese come fabbricava le scalette da giovane. Aiutandosi coi gesti, gli spiega persino il materiale «allora canapone» mimando con la mano una circonferenza di corda grossa, «spago» mostrando il mignolo che rappresenta un filo sottile e «tumhgn!» ponendo al centro l’arto, a mimare la mezza misura.
Tutti noi siamo piegati in due dalle risate.
Il buon Gobetti fa abbondanti gesti col capo, dicendo di aver compreso e mentre Pasquale continua il racconto della storia di 40 anni prima, Andrea alzando il dito indice dice «la tumigna, la tumigna!». E giù di nuovo a ridere.
Sono circa le 12:00 quando uno dopo l’altro crolliamo, lasciando il povero Gobetti a parlare praticamente da solo. Solo lo stoico Pino, che è stato l’autore della cena più lunga della storia, resta ancora sintonizzato sulle parole del torinese.

 

Italia
1/5/17

Prepariamo i bagagli, rivoltiamo la casa che per 6 giorni è stata il nostro bivacco e ci prepariamo a fare ritorno verso Durazzo per imbarcarci.
Salutiamo i mille amici che abbiamo conosciuto in questa avventura. Ci sono tutti: Hysny, moglie, figlia, nuora, il Gobetti team e persino Duri, che è venuto appositamente, non tanto per salutarci, ma quanto per estorcere a Pino la batteria della sua torcia.
Montiamo sulle auto e via.
Arriviamo a Durazzo nel pomeriggio, parcheggiamo le auto in porto e passeggiamo per le vie della città, visto che siamo in largo anticipo.
Assumiamo una parvenza di persone normali e facciamo i turisti. Camminando per le vie della località portuale, acquistiamo dei souvenir e facciamo visita ai resti dell’anfiteatro romano ben mantenuto, in centro città.

Facciamo ritorno al porto e attendiamo di imbarcarci.
Una volta sulla nave, in ognuno di noi scorrono le immagini di questa avventura. Abbiamo dentro un sentimento misto a malinconia e felicità. Per citare Pasquale, questa spedizione è stata un disastro da un punto di vista speleologico, ma un’emozione indescrivibile dal lato umano.
Consapevoli delle mille cose da raccontare a amici e parenti ci addormentiamo sui divanetti del traghetto e ci risvegliamo in Italia.

Aprile 2017
Gruppo Speleologico Martinese