Marietto Gherbaz

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Marietto Gherbaz,

Ci sono cose di cui non vorremmo mai parlare. Una di queste sicuramente è la morte. L’unico limite che si frappone tra lo speleologo e la conoscenza, invalicabile, inconoscibile, terribilmente lontana dalla realtà ipogea. Se c’è lei non ci sono né corde, né imbraghi e né caschi.

Un paio di week end fa abbiamo rivisitato la Grava di Melicupo, la vita a volte è strana, una grave situata sul monte Alburno che custodiva  un piacevole segreto. Nel 1961 un diciottenne triestino testardo armato di quella voglia di abissi che solo chi fa speleologia  può capire, la esplorava per la prima volta rilevandola e facendola così conoscere ai molti.

Marietto Gherbaz è morto il giorno dopo.

Quando si è piccoli si sa di chi si è figli,  scriveva nella prefazione di Una frontiera da immaginare Andrea Gobetti, ma più tardi le cose si complicano. Quando si diventa adulti è sempre tutto più complicato. Si diventa figli del proprio tempo della propria terra e della società che ci plasma e ci rende uomini e donne diversi ciascuno a suo modo.

Resta innegabile quanto la Commissione Grotte Boegan e tu Marietto hai fatto per la speleologia di quel monte che ci accomuna. Che la terra ti sia lieve Marietto, affinché quei fiumi sotterranei che tanto cercavi in vita possano ora svelarsi ai tuoi occhi.

Mario Gherbaz nel 1978 durante un incontro del Soccorso Speleologico
Mario Gherbaz nel 1978 durante un incontro del Soccorso Speleologico in Marguareis. Foto di Pino Palmisano